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Toso, Fiorenzo (2004) Appunti per una valutazione critica dell'elemento lessicale piemontese in Sardegna. In: Reynolds, Kevin B. and Brancato, Dario (eds). Transitions: prospettive di studio sulle trasformazioni letterarie e linguistiche nella cultura italiana, Fiesole (Firenze), Cadmo. p. 71-89. ISBN 9788879233071. Book Section. Full text not available from this repository. DOI: 10.1400/28998 AbstractLa presenza politico-amministrativa piemontese in Sardegna ha inizio com’è noto nel 1720, quando, in seguito all’applicazione del trattato di Londra del 1718, l’isola, che nel 1714 era passata dalla Spagna all’Austria, venne ceduta da quest’ultima ai Savoia in cambio della sovranità sulla Sicilia, acquisita dalla casa regnante di Torino col trattato di Utrecht del 1713, e passata immediatamente dall’Austria al Regno di Napoli. Attraverso l’acquisizione dell’isola, i Savoia assunsero il titolo di re di Sardegna, che avrebbero portato fino alla costituzione del Regno d’Italia. Nell’ottica regionalista e autonomista che ha caratterizzato gran parte della storiografia sarda, l’amministrazione piemontese dell’isola è stata spesso descritta come un periodo buio, durante il quale la politica accentratrice dei vari governi succedutisi a Torino abolì di fatto le ultime vestigia di autogoverno dell’isola, avviando un vero e proprio sfruttamento coloniale delle risorse del territorio, e imponendo un regime fiscale particolarmente oneroso, associato per di più alla coscrizione militare obbligatoria. Inoltre, adottando l’uso ufficiale dell’italiano, che riavvicinava dopo secoli di relativo distacco la Sardegna all’ambiente linguistico della Penisola, il governo sabaudo avrebbe promosso un processo di deprivazione culturale.
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