|
Sini, Francesco (2002) Sanctitas: cose, Dèi, (uomini). Premesse per una ricerca sulla santità nel diritto romano. Diritto @ storia (1). ISSN 1825-0300. Article.
Alternative URLs: Abstract«Separare con caratteristiche ben definite ciò che appartiene agli uomini da ciò che appartiene agli Dèi; distinguere con un’analisi ancora più minuziosa le diverse forme di proprietà divina; stabilire tutto questo sulla base di definizioni ed esempi»: con queste parole Auguste Bouché-Leclercq, introducendo la parte in cui ha trattato «del sacro e del profano» nel suo libro Les Pontifes de l’ancienne Rome (1871), sintetizzava prerogative e compiti di questi sacerdoti, da lui qualificati «fedeli intendenti degli Dèi». La sapientia (teologica e giuridica) dei sacerdoti romani, mediante la definizione delle res divinae e delle res humanae, rivolgeva le sue prime e maggiori cautele ai rapporti tra uomini e divinità, al fine di evitare che una non perfetta conoscenza delle intrinseche qualità di uomini, cose materiali e Dèi, potesse compromettere la conservazione della pax deorum, sulla cui stabilità riposava per la teologia e per il diritto la stessa vita del Populus Romanus Quirites. Nelle antitesi «divino/umano» e fas/nefas si manifestava «la più antica concezione romana del mondo» (Orestano). Su tale concezione del mondo, frutto della cautela definitoria della scienza sacerdotale e della tensione universalistica della teologia pontificale, appaiano fondate sia la definizione ulpianea di iurisprudentia, accolta nei Digesta dell'imperatore Giustiniano, sia la summa divisio rerum della giurisprudenza romana. Ma, quasi sicuramente, anche il grande M. Terenzio Varrone aveva fatto riferimento a questa «più antica concezione romana del mondo» nella strutturazione delle sue Antiquitates in humanae e divinae.
I documenti depositati in UnissResearch sono protetti dalle leggi che regolano il diritto d'autore Repository Staff Only: item control page |


